L’Università di Goteborg ha trovato la ricetta per la felicità.
Raccogliendo interviste scientifiche in tutto il mondo, l’equipe guidata dal ricercatore Bengt Bruelde è giunta infatti ad una conclusione semplice e lapidaria. Vuoi essere felice? Trovati un buon lavoro. Pare che non ci sia nulla di più gratificante che dare il meglio di sé per raggiungere un obiettivo professionale. È addirittura più appagante che vincere la lotteria (l’effetto benefico dura troppo poco e lascia subito spazio al ritorno dell’insoddisfazione). Certo, bisogna anche tenersi sempre attivi e costruire ottime relazioni sociali: però gli svedesi assicurano che il primo mattone della felicità è costituito da un lavoro soddisfacente.
Attenzione: tutto questo è vero soltanto se il lavoro è quello giusto per noi. Altrimenti la ricetta può trasformarsi in un vero incubo, e dare luogo ad ansie e frustrazioni. In questo caso scordatevi la felicità. Già è difficile trovare lavoro, dribblando la selva di contratti, licenziamenti e mobbing dell’odierno mercato di lavoro: figuratevi trovare un lavoro che renda felici…
Deve pensarla così anche Tom Hodgkinson, direttore della rivista inglese “The Idler”. Per più di dieci anni ha chiesto ai lettori del suo semestrale di raccontare i lavori più orribili, umilianti, inutili e odiosi che avessero mai svolto. Risultato? Un successo travolgente, con la redazione inondata da migliaia di resoconti dall’inferno del mondo lavorativo britannico. Perforatori di torte, ex-allevatori di larve, copy-writer di mail spazzatura, venditori di pop-corn al cinema: ognuno ha descritto la sua esperienza di un lavoro condito da umiliazioni, crudeltà e inutilità.
«Con qualche piccola eccezione -spiega Hodgkinson- il mondo del lavoro è caratterizzato da noia esasperante, tedio insopportabile, povertà, invidie ridicole, solitudine, colleghi squilibrati e capi arroganti. I racconti delle sofferenze patite possono però diventare una lettura esilarante».
Per questo motivo un giornalista di “The Idler”, Dan Kieran, ha raccolto le cento storie più significative giunte alla rivista, e le ha pubblicate in un volume uscito in Inghilterra nel 2004 con il titolo “The idler book of Crap Jobs”. Tre mesi fa Il libro è stato pubblicato anche in Italia per la casa editrice Einaudi (“Cento lavori orrendi”), ed è un vero antidoto alla disperazione da ufficio. Le disgrazie altrui non renderanno felici, ma almeno tirano su il morale davanti alle proprie avversità quotidiane.
Jeremy racconta, ad esempio, la sua giornata in una fabbrica alimentare di piselli: «Dovevo stare a guardare il nastro trasportatore pieno di piselli per cercare di individuare quelli neri. Purtroppo, a causa di tutto quel verde da guardare mi si danneggiò temporaneamente la retina, sicché dopo un turno di otto ore (a 7,60 € all’ora) vedevo tutto rosso». Non è sempre un problema di retribuzione bassa o di lavoro disgustoso; il più delle volte è l’ambiente a rendere l’ufficio un vero schifo. Prendete il caso del consulente d’impresa, pagato a peso d’oro per spiegare ai clienti che dovevano licenziare mille dipendenti oppure tirare fuori il proprio “valore aggiunto”: «Tutti avevano dedicato la loro intera esistenza all’azienda. Il mio capo scherzava sul fatto che non aveva visto la moglie per tre settimane di fila. Un giorno avevo lavorato così tanto che a un certo punto scoppiai a piangere. L’uomo seduto di fianco a me, invece di parlare, mi spedì un e-mail per dirmi se non avrei preferito piangere fuori dall’ufficio».
Fare una classifica è difficile, perché molti meriterebbero il primio premio intitolato alle Vittime dei Lavori Schifosi. Come Cristian, ex allevatore di larve: «Il primo giorno lo passai nella fossa dei vermi, cioè una specie di piscina olimpionica piena di carcasse di animali e pesci su cui vivono le larve. Indossavo degli stivaloni di gomma e mi dissero di camminare dentro una fossa e girare i vermi di tanto in tanto con il badile». Oppure Adam, tagliatore di teste: «Il mio soprannome era Terminator, mi toccava girare per gli uffici tutto imbavagliato per non farmi riconoscere dai licenziabili. Alla fine, dopo aver fatto fuori venti persone in un giorno, il capo mi chiamò nel suo ufficio e mi informò che ero licenziato anch’io. Si raccoglie sempre ciò che si semina».
Anche i lavori che nell’immaginario collettivo non sono poi così male si rivelano, inevitabilmente, una tortura. Forse può consolare un paragone con il passato: un censimento londinese del 1861 ci fa sapere che esistevano lavori come l’acchiappatopi, la dama porta parasole e il raccoglitore di ossa e stracci. Però anche Buff Ornington, sterminatore di roditori del 2000, non scherza.







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