Diario: onirico

 

Ven, 15/05/2009 - 18:39

Diario: onirico

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Diario - Sveglia alle 4.30 di mattina. Doccia, caffè, macchinata fino a Malpensa. Calcio nel culo ai passeggeri della macchinata. Macchinata da Malpensa indietro fino a Milano. Casa, fratellino appena sveglio.

 Colazione, friendfeed, facebook, fratellino, tram, metrò, ufficio. Ufficio, ufficio, ufficio. Banana party. Riuscirò a risvegliare la tigre da goliardo che abita addormentata nel mio spirito?

Se non è il talmid che va dal rabbino è il rabbino che va dal talmid.
Per ora il mio spirito accompagna il cervello verso le reminiscenze di un sogno intimamente simbolico e mistico.
Un partita di calcio a undici in una grigia e tiepida giornata del maggio russo. Entro in campo a partita quasi terminata e segno il gol decisivo per la mia squadra. I volti slavi dei miei compagni di squadra sono velati di una gioia rassegnata. Segno, mi esalto e gli avversari spariscono dalla scena.
Lo spogliatoio dopo la partita è un luogo freddo, da oratorio: in legno. All'interno di una cassettina, che sembra fatta per contenere le chiavi delle camere di un albergo, trovo il mio tesserino calcistico: russo! La foto del tesserino ha le sembianza del mio viso ma in bianco e nero e con una pettinatura anni sessanta. Com'è una pettinatura anni sessanta? Non lo so: ma era '60s.  Il mio sguardo si volge verso i campanili delle chiese ortodosse che circondano il campo. Che posto strano. Intanto, i miei compagni di squadra, tutti biondi e slavi, mi invitano e a festeggiare la vittoria del torneo con una camminata in montagna. Dopo pochi minuti di cammino realizzo che la camminata sarà più impegnativa
del previsto: stiamo scalando l'Himalaya. All'inizio del percorso troviamo mercatini, poveri e scarni e pieni di gente sorridente ma con occhi cattivi, affamati. Dopo poche curve incontriamo un gruppo di quattro rabbini askenaziti. Il loro incontro mi rasserena. L'idea di scalare l'Himalaya non mi faceva stare tranquillo. Con loro mi sento al sicuro. Per sentirmi ancora più al sicuro decido di imparare i loro difficili nomi a memoria. Li ripeto e li ripeto e li ripeto fino a quando non li ricordo perfettamente a memoria. Purtroppo al risveglio ricorderò il nome di uno solo dei quattro rabbini: Shlomo.
Nessuno dei quattro rabbini ha detto una parola salendo la montagna. Se non è il talmid che va dal rabbino è il rabbino che va dal talmid.

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